Quando ho letto che Aldo Cazzullo si fosse scagliato contro una canzone di Sal Da Vinci, ho pensato subito a una fake news. Mi sono detto: impossibile. Il vicedirettore del Corriere della Sera, apprezzato scrittore e volto televisivo impegnato su temi culturali e storici, non può davvero scivolare in una considerazione così superficiale sull’arte di un artista.
E invece no: non era una bufala.
Nel suo commento, Cazzullo ha paragonato testo e musica del brano a una colonna sonora “da matrimonio di camorra”. Un giudizio tranchant che lascia più di una perplessità. Viene spontaneo chiedersi come il giornalista conosca nel dettaglio l’atmosfera delle feste di camorra: forse ha svolto inchieste approfondite sul tema? In tal caso, sarebbe interessante vederne presto il racconto in televisione.Seguendo questo ragionamento, si potrebbe persino suggerire a Cazzullo di dare un’occhiata agli ascolti su Spotify: il brano è tra i più ascoltati del 2026 e sta registrando numeri importanti anche all’estero. Dovremmo forse concludere, seguendo la sua logica, che si tratti di camorristi espatriati? Il giornalista ha poi ribadito il proprio giudizio artistico, precisando di apprezzare profondamente la tradizione musicale napoletana e citando nomi come Pino Daniele, Edoardo Bennato e Renzo Arbore. Artisti straordinari, certo. Ma la tradizione napoletana non si esaurisce in questi pur autorevoli riferimenti. La canzone napoletana affonda le sue radici secolari nella storia: nasce già nel Medioevo con i canti popolari e si consolida tra Ottocento e Novecento con figure fondamentali come Salvatore Di Giacomo, Giovanni Capurro, Eduardo Di Capua, Luigi Denza e Enrico Caruso. Una tradizione immensa, stratificata, che ha attraversato epoche, stili e generazioni, consacrando Napoli come una delle capitali mondiali della musica. In questo contesto si inserisce anche la lunga carriera di Sal Da Vinci. Figlio d’arte – il padre è il cantante Mario Da Vinci – ha iniziato a cantare da bambino, a soli sette anni. Con oltre cinquant’anni di attività e una carriera discografica attiva dal 1978, rappresenta una voce riconoscibile della musica popolare partenopea. La musica può piacere o non piacere. È legittimo criticare uno stile, un testo o un genere musicale. Ma accostare una canzone alla camorra significa oltrepassare il confine della critica artistica e scivolare in un pregiudizio che finisce per colpire non solo un artista, ma un’intera tradizione culturale. Per questo, forse, la scelta più elegante sarebbe una sola: chiedere scusa. Sarebbe il gesto più saggio, e anche il più rispettoso.

