Sassoli: Commissione dei diritti umani del Senato, internet come diritto umano

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ROMA – Nell’Unione europea stiamo lavorando per una politica economica e sociale forte, basata su una idea di società ecologicamente e umanamente sostenibile. Dobbiamo affrontare in modo deciso le diseguaglianze sociali ed economiche e rispondere alle esigenze della popolazione colpita duramente dalla crisi.

La ricostruzione deve rafforzare la coesione delle comunità e la loro capacità di resilienza, creando una relazione virtuosa tra istituzioni, cittadini e territorio, affinché le persone non siano più considerate soltanto consumatori e utenti, ma cittadini consapevoli che contribuiscono attivamente alla ricostruzione.  Questa è una delle condizioni fondamentali per uscire dalla crisi.

È importante la sintonia su questa prospettiva tra Unione europea e stati membri perché le azioni si rafforzino a vicenda e si creino al più presto effetti e risultati moltiplicatori e duraturi.

Era già evidente che la mancanza di accesso a Internet era una delle cause principali delle crescenti disuguaglianze tra i cittadini europei, ed è una forma importante di emarginazione sociale. La pandemia non ha fatto altro che metterlo dolorosamente in evidenza. Nel contesto della ricostruzione bisogna tenerlo in conto come priorità.

La mancanza de acceso a Internet, non solo produce isolamento e solitudine, ma ormai logora profondamente anche l’uguaglianza di fronte ad altri diritti come l’acceso alle sanità, alle cure o alla scuola. E non solo: con il digitale si è vista democratizzata la possibilità stessa di intraprendere le attività che ci permettono di guadagnarci da vivere. Comparativamente chi non può accedere – o accede con poca qualità – alla Rete si trova in una situazione di grave e ingiusta inferiorità.

Il divario digitale è un problema che ha conseguenze così gravi come lo ebbe l’analfabetismo. Infatti crea fratture tra territori, generazioni, classi e gruppi sociali che producono violazioni dei diritti fondamentali e sfociano in gravi conseguenze per il benessere di tutta la società.

In questo senso Internet è uno strumento ma anche una fonte di ispirazione.

L’equità è una componente strutturale di Internet così come lo consociamo. Infatti si basa su un principio profondamente democratico, quello della neutralità della rete. Come sapete, questo principio di non discriminazione del flusso per motivi economici o di altra indole, è un elemento sine qua non per il suo funzionamento

L’amministrazione Obama fu pioniera nella difesa della neutralità della rete; tuttavia, nel 2017, l’attuale amministrazione statunitense ha abrogato la norma che la sanciva. Queste circostanze lasciano all’Unione europea la responsabilità di esserne la massima garante nel mondo. Io direi che non è soltanto una responsabilità importante da assumere, è soprattutto una forza da mettere a frutto, una componente attiva della ricostruzione.

In questo contesto vorrei affermare che l’accesso a Internet dovrebbe essere considerato come un nuovo diritto umano.

Credo che Internet debba diventare un servizio pubblico, accessibile a tutta la popolazione, come nel caso della energia elettrica o di altri servizi considerati essenziali. Un servizio pubblico che permetta non solo a tutte le persone di poter agire partendo da circostanze eque, e in questo modo essere anche una parte attiva della ricostruzione.

L’architettura stessa di Internet si basa sull’idea di distribuzione, di decentralizzazione delle risorse e di cooperazione fra nodi attivi che hanno capacità di autonomia nell’azione benché siano indissolubilmente interconnessi.

Questa idea di rete è in un certo modo l’immagine dell’Europa a cui vogliamo arrivare.

E l’Italia può fare molte al riguardo.

Internet inoltre si governa con il sistema cosiddetto del multistakeholderism, in cui si crea un equilibrio tra i diversi attori della società civile, l’impresa privata, le istituzioni, il mondo accademico e si armonizzano le diverse potenzialità e necessità a livello geografico. Come già dissi in altre occasioni, a immagine di questo modello e con il digitale come strumento, è possibile creare un circolo virtuoso, tra le istituzioni e la capacità imprenditoriale e innovativa della cittadinanza, in cui le istituzioni possono portare valore e risorse a beni comuni digitali aperti, frutto delle azioni delle cittadine e dei cittadini, e possono, a loro volta, alimentarsi di questa collaborazione ottenendo maggiore efficienza. Migliorerà così la qualità democratica delle nostre strutture, permettendo allo stesso tempo che la cittadinanza sia motore e beneficiaria contemporaneamente

Ma non c’è diritto umano senza garanzie democratiche. L’Unione europea ha la sfida di essere pioniera e di dare esempio nella democratizzazione del mondo digitale.

Per questo ci deve essere una profonda riflessione e un’azione politica in sintonia con una transizione digitale capace di mettere al centro le persone e i loro diritti, implementando protocolli e infrastrutture aperte per fare della tecnologia un’opportunità per molti e non un privilegio per pochi.

L’Unione europea deve investire nella creazione di alternative proprie nella gestione delle infrastrutture strategiche dell’economia futura (cloud europeo, intelligenza artificiale, supercomputing ecc.) per essere in grado di costruire una società digitale che rispetti i diritti, sia innovativa e permetta ai cittadini di avere voce in capitolo su come vengono prese le decisioni nelle infrastrutture digitali. Questo momento, in cui l’Unione europea progetta la sua ricostruzione, è il momento idoneo per continuare nella direzione già scelta con la difesa della neutralità della rete. Una transizione digitale democratica, con le libertà fondamentali al centro; con l’acceso ad Internet come un diritto.

L’Italia ha molto da dire a questo proposito. Il nostro paese già in occasioni precedenti è stato pioniere sui temi dei diritti nell’ambito del digitale, come per esempio con la protezione dei dati personali. Anche nel caso di considerare Internet un servizio pubblico e un diritto, l’Italia può essere una promotrice significativa.

E non solo questo; già ora possiamo dirigere in questa senso le nostre risorse legate al digitale. Possiamo rivedere i protocolli delle strutture nevralgiche alla luce della difesa dei diritti fondamentali, in modo che il digitale sia il cammino verso la inclusione e l’equità. Mi riferisco per esempio, a un uso dei dati sanitari rispettoso della privacy in cui siano gli stessi utenti il motore della open science a favore della ricerca e del miglioramento delle condizioni sanitarie generali. A questo proposito, il Parlamento europeo ha difeso in numerose occasioni che è giunto il momento di istituire uno Spazio europeo dei dati sanitari che rispetti pienamente il quadro europeo per la protezione dei dati e che sia incentrato sul benessere dei pazienti. La crisi della COVID-19 ha messo in evidenza la necessità di conferire all’UE un ruolo molto più importante nel settore della sanità e di ricercare soluzioni digitali più innovative in tale ambito. Ciò dovrebbe tradursi in una maggiore dotazione per il programma “UE per la salute” (EU4Health) che il Parlamento chiederà con fermezza.

Un altro esempio può essere la digitalizzazione democratica dell’educazione che non significhi rinunciare ai grandi valori delle relazioni umane della scuola in presenza, ma che anzi li rafforzi con dinamiche più agili e innovative che mettano in valore le grandi capacità delle nuove generazioni e non le frenino. Una digitalizzazione della educazione che si basi sui valori democratici di apertura, libertà e opportunità per tutti e non sulle necessità di mercato di grandi attori monopolistici.

Come dissi in occasioni anteriori, l’uguaglianza non è un punto di partenza, è un risultato. È innanzitutto il prodotto degli sforzi delle cittadine e dei cittadini. L’intervento istituzionale deve essere all’altezza di questi sforzi. Tempestivamente, deve assecondarli, consolidando le conquiste di maggiore giustizia, equità e opportunità per tutti.

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