MILANO – Ci sono aritmie che portano una morte improvvisa: si possono tenere sotto controllo con defribillatori impiantati sotto la cute del paziente, che “correggono” il battito erogando degli impulsi elettrici al cuore, ma è una soluzione su cui i medici stanno ancora discutendo: le tecnologie ci sono, tuttavia richiedono protocolli altrettanto innovativi. Le sfide sono sostanzialmente due:
– migliorare la capacità di individuare i pazienti realmente a rischio di morte cardiaca improvvisa, che traggono certamente beneficio dall’impianto di defibrillatore, in modo da indirizzare le risorse disponibili su chi ne ha realmente bisogno;
– beneficiare delle tecnologie più avanzate per limitare il più possibile le complicanze legate all’impianto di questi dispositivi.
Se ne parlerà al 53° convegno di Cardiologia, promosso dal 23 al 26settembre all’hotel Marriott di Milano dalla fondazione De Gasperis, chesostiene il Cardiocenter di Niguarda. Il convegno è l’appuntamento scientificopiù importante del settore e quest’anno gli iscritti sono già 1600, mentre irelatori sono 300. «Molte malattie cardiache comportano – spiega Giuseppe Cattafi, direttore di Cardiologia 3 – Elettrofisiologia all’Ospedale Niguarda di Milano – un incrementato aumentato rischio di aritmie ventricolari rapide (o“ipercinetiche”). Tali aritmie possono portare all’arresto cardiaco e nella alla morte cardiaca improvvisa: succede a migliaia di persone nel mondo, ogni anno. Per evitarlo si ricorre a defibrillatori cardiaci impiantabili (ICD), dispositivi in grado di interrompere le aritmie ipercinetiche ventricolari attraverso l’erogazione di impulsi e shock elettrici al muscolo cardiaco. Tali sistemi,molto sofisticati e costosi, richiedono un intervento chirurgico per l’impianto che, come ogni atto medico invasivo, non è scevro da un piccolo ma possibile rischio di complicanze anche gravi. L’ICD è poi soggetto nel tempo ad un rischio di infezioni e malfunzionamenti che accompagnerà il paziente per il resto della vita. Tale eventualità diventa peraltro una possibilità concreta nel caso l’impianto avvenga in soggetti particolarmente giovani (quindi con una lunga aspettativa di vita) o con determinate copatologie che ne aumentino la fragilità complessiva. Da queste premesse diventa quindi cruciale identificare correttamente quei pazienti ad elevato rischio aritmico per cui la “bilancia rischio-beneficio” penda comunque a favore del defibrillatore». Cattafi conferma che il dibattito è aperto perché se da un lato l’avanzare delle cure farmacologiche ha portato una riduzione del rischio aritmico ed un aumento dell’aspettativa di vita in molti pazienti, dall’altro le novità tecnologiche forniscono dispositivi sempre più piccoli, affidabili e di lunga durata e dispositivi con peculiari caratteristiche tecniche che ne riducono di molto il rischio all’impianto o il rischio infettivo a distanza, come nel caso del defibrillatore sottocutaneo (S-ICD), dispositivo completamente esterno al cuore e ai vasi. Al convegno di Cardiologia 2019 queste novità scientifiche verranno discusse da un panel di esperti con l’obiettivo di fornire ad ogni partecipante gli strumenti per “tarare” al meglio la bilancia rischio-beneficio e decidere quale sia il dispositivo migliore per i propri pazienti.

(I-TALICOM)