– VELLETRI – In uno spicchio di terra, nella piana tra Lariano ed Aprilia, sembra che i venti si diano appuntamento anche quando la colonnina del termometro sale oltre i 35°. La brezza salmastra costante da Est di Marina di Ardea e quello da Ovest che si canalizza tra le gole del monte Artemisio agitano e rendono vive le foglie dei lunghi filari di Chardonnay e Merlot degli 87 ettari di Omina Romana, l’azienda vitivinicola nata da una passione per la storia e l’archeologia del suo proprietario Anton Borner. Borner, imprenditore bavarese attivo nell’industria pesante, nella sua Germania, si è ritrovato trapiantato in questo territorio ai piedi dei Colli Albani nel Lazio per cimentarsi nel 2006 in una sfida: riportare lì in quella zona baciata dal vento e da un terreno ricco di minerali, quell’antica produzione di vino che per secoli aveva l’aveva caratterizzata per poi sparire intorno al primo ventennio del Novecento. Un passo che Borner, da buon imprenditore prestato all’agricoltura, non avrebbe mai mosso senza coinvolgere la ricerca e le giuste competenze agronome per capire, storia a parte, quale vitigno avrebbe avuto lì il suo giusto terreno. E poi tanta tecnologia. Persino una stazione meteorologica che misura il livello d’umidità sulle foglie. “Ma tutto questo non deve far pensare che la mano dell’uomo diventi secondaria per una produzione di qualità -si affretta a dire Borner – perché nonostante abbiano definito questa una produzione 4.0, c’è un team che non tralascia l’assaggio dell’acino d’uva per prevedere la sua resa in botte”. Estimatore del Ceres Anesidora, bland di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon dal nome che evoca figure mitologiche, è lo chef stellato Heinz Beck, che ama abbinarlo con i suoi spaghettoni “cacio e pepe con gamberi freschi al lime. Es ist eine göttliche Kombination. –

Fonte: PrimaPress.it

(I-TALICOM)